© Orphiconeiric by Ivan Quaroni
"The opposite of play is not that which is serious but rather that which is real"
(Sigmund Freud, The Poet and Phantasy)
It is hard to circumscribe the field of inquiry of painting, especially when it has to do with the domains of the ineffable and the unsayable, categories more easily ascribable to the context of Abstractionism rather than Figuration.
Marina Scardacciu indubitably belongs to the circle of those who have discarded the mimetic option, choosing if anything the avenue of an allusive and enigmatic representation, studded with epiphanic visions and inexplicable associations.
Those of Orficonirico [Orphiconeiric], the symptomatic title of her most recent works, are perturbing, ambiguous images which unravel the initiatory rites of childhood and adolescence in the theatre of a nature enflamed by unreal colours and subtly pervaded by the sense of an imminent witches' Sabbath.
Memory strays to the dramatic traces of Expressionism, but also to the arcane suspensions of Neue Sachlichkeit and our own Novecento. Hers are in fact characters grasped in a crystallised dynamism, glacially contained in the contrast of the red and green backgrounds and harnessed in the rhythmic punctuation of tree trunks. As in Baudelaire's lyrics, the nature painted by this artist is metaphorically transfigured into "a temple in which living columns sometimes emit confused words".
But the epicentre of each episode is elsewhere, in the unfolding before our eyes of a game that is at once ritual and propitiatory, indecipherable like the cults of the Eleusinian Mysteries. It is as if one has the impression that the climate of dreaming suspension is a state of ecstatic trance rather than the fruit of oneric projection.
If there is dream in the artist's paintings then it is the lucid dream of the Gnostics, the state of perceptual alteration brought about by obsessive, mantra repetition.
Marina Scardacciu's enfants terribles practise fearful pastimes, they play on the ridge that separates life from death, as if taking part in a sort of hypnotic an sanguinary initiatory liturgy.
Theirs isn't the play of imaginative diversion and creative entertainment. No, there's nothing innocent in tthose actions. It appears instead that Scardacciu's children practise the occult science of necromancers, intent on summoning uncontrollable primigenial forces, only to remain dismayed by manifestation of the consequences. On the other hand, as the writer Anatole France noted, "play is hand-to-hand combat with fate". And it is perhaps due to the consequence of this clash that the bodies of these kids seem so livid, bloodless, almost as if from the effectof a supreme fright. Or what afficts them is the pallor of ghosts or the white larvae of an uncompleted transmigration of souls. If nothing else, this would be an interpretation coherent with the orphic tradition.
Nonetheless, i believe that Marina Scardacciu's work cannot be subjected to symbolic interpretations. Her secret lies precisely in the semantic ambiguity of representation, in the ability to spread forth a plethora of suggestions, not immediately or necessarily traceable of logical meanings. Rather, as I said at the start, the operational domains of her painting are the territories of the unsayable and the ineffable. Those obsure recesses of the human psyche where, still free, the arcane dogma of existence hovers.
© Orficonirico di Ivan Quaroni
"Il contrario del gioco non è ciò che è serio, bensì ciò che è reale"
(Sigmund Freud, Il poeta e la fantasia)
È difficile circoscrivere il campo d’indagine della pittura, soprattutto quando essa ha a che fare con i domini dell’ineffabile e dell’indicibile, categorie più facilmente ascrivibili all’ambito dell’Astrattismo, che non a quello della Figurazione.
Marina Scardacciu appartiene, senza dubbio al novero di coloro che hanno scartato l’opzione mimetica, scegliendo, semmai, la strada di una rappresentazione allusiva ed enigmatica, costellata di visioni epifaniche e d’inesplicabili associazioni.
Quelle di Orficonirico, sintomatico titolo delle opere più recenti, sono immagini perturbanti, ambigue, che sgrovigliano i riti iniziatici dell’infanzia e dell’adolescenza nel teatro di una natura infiammata da cromie irreali e sottilmente pervasa da un senso d’imminente tregenda.
La memoria corre alle venature drammatiche dell’Espressionismo, ma anche alle arcane sospensioni della Neue Sachlichkeit e del nostro Novecento. I suoi sono, infatti, personaggi colti in un dinamismo cristallizzato, glacialmente compreso nel contrasto delle campiture di rosso e verde e imbrigliato nel ritmico intervallarsi dei fusti arborei. Come nelle liriche di Baudelaire, la natura dipinta dall’artista viene metamorficamente trasfigurata in “un tempio in cui viventi colonne lasciano talvolta sfuggire confuse parole”.
Ma l’epicentro di ogni episodio è altrove, nello svolgersi sotto i nostri occhi di un gioco insieme rituale e propiziatorio, indecifrabile come i culti dei misteri eleusini. Si ha come l’impressione che il clima di sognante sospensione sia l’effetto di uno stato di trance estatica, piuttosto che il frutto di una proiezione onirica.
Se nei dipinti dell’artista c’è il sogno, allora è il sogno lucido degli gnostici, lo stato d’alterazione percettiva, provocata dalla ripetizione mantrica, ossessiva.
Gli enfants terribles di Marina Scardacciu praticano terribili passatempi, si trastullano sul crinale che separa la vita dalla morte, come se partecipassero a una sorta d’ipnotica e sanguinaria liturgia iniziatica.
Il loro, non è il gioco dell’evasione fantastica e dell’intrattenimento creativo. No, in quelle azioni non c’è nulla di innocente. Sembra, invece, che i bambini della Scardacciu pratichino la scienza occulta dei negromanti, intenti a evocare incontrollabili forze primigenie, salvo poi rimanere sgomenti per il manifestarsi delle conseguenze. D’altra parte , come notava lo scrittore Anatole France, “Il gioco è un corpo a corpo con il destino”. Ed è forse per la conseguenza di questo scontro che i corpi di questi giovani appaiono così lividi, esangui, appunto quasi per uno spavento supremo.
Oppure quello che li affligge è il pallore dei fantasmi o delle bianche larve di una trasmigrazione d’anime incompiuta. Se non altro, sarebbe un’interpretazione coerente con la tradizione orfica.
Tuttavia , credo che l’opera di Marina Scardacciu non possa essere oggetto d’interpretazioni simboliche. Il suo segreto sta proprio nell’ambiguità semantica della rappresentazione, nella capacità di sventagliare una pletora di suggestioni, non immediatamente o necessariamente riconducibili dei significati logici. Piuttosto, come dicevo in principio, i domini operativi della sua pittura sono i territori dell’indicibile e dell’ineffabile.
Quegli oscuri recessi della psiche umana, dove aleggia, ancora libero, il dogma arcano dell’esistenza.